La quantità di informazioni quotidiane che il cervello deve sopportare è altissimo ed andrà sempre di più ad incrementare.

Con l’avvento dei social e della posta elettronica tutto è diventato più rapido ed immediato ma…

Ritengo ci sia un limite alla capacità di acquisizione, memorizzazione ed elaborazione.

Il cervello DEVE SOPRAVVIVERE e sceglie.

Non necessariamente sono azioni volontarie e controllate.

Il cervello sceglie da solo cosa mantenere, cosa eliminare, cosa accantonare, per poi tirare fuori al momento opportuno.

Io stesso me ne accorgo navigando fra internet, social, televisione, libri, norme e riviste.

Una quantità di informazioni, che vorrei costantemente acquisire e rendere disponibili al momento del bisogno, ma che inevitabilmente vengono selezionate.

Una semplice mail può essere importante e di rapida consultazione, ma ci sono gli allegati.

Una quantità di informazioni che devono essere lette, comprese, elaborate.

Spesso sento dire fra le persone: “ti ho mandato la mail” 

significa NON È PIÙ UN MIO PROBLEMA.

Sbagliato.

Resta un tuo problema, che hai tentato di condividere, ma non ti è andata bene se ne stai ancora parlando.

“Ho pubblicato la notizia sul blog”

Troppo lunga o difficile da rintracciare.

Noi comunichiamo in tanti modi ma sappiamo che lo scritto o la parola non hanno questo peso enorme sul risultato di comprensione.

Per analogia penso a quanto un lavoratore debba acquisire nel suo percorso di vita professionale e cerco di relazionarlo sempre al comportamento ed il relativo errore umano.

Credo che, come ci dimentichiamo di alcune cose anche acquisite recentemente, in un momento particolare il cervello vada in blackout.

Il cervello si chiude, non restituisce ciò che la memoria ha già elaborato e permette azioni non logiche, non razionali.

Si fanno cose che non hanno assolutamente senso e sono talmente assurde che ci si chiede:

“Ma perché lo ha fatto?”

Spesso anche colui che si infortuna se lo chiede.

Non poteva non sapere, non poteva non vedere, l’istinto (o la memoria non consapevole) aveva avvisato, ma lo ha fatto.

Un ragazzo doveva aprire una reggetta in metallo.

Aveva tutto in dotazione: guanti, occhiali, schermo facciale, cultura, formazione, istruzioni, procedure…

Aveva sempre usato i DPI.

Lo dice lui, lo dicono i suoi capi, lo dicono i suoi colleghi.

Tranne quel giorno.

Quell’unica volta.

Ora sta meglio.

Non ha perso l’occhio ma, mi auguro, che questo spavento gli sia di insegnamento non solo per quell’episodio o situazione.

Magari può servire anche per i colleghi ma non credo perché il cervello memorizza, attenua, filtra e poi accantona.

Forse non cancella ma, certamente, non lo rende più così disponibile nel tempo.

A questo difficilmente si potrà trovare un rimedio assoluto, ma ciò non toglie che si debbano creare supporti di automatismo e di auto disciplina che certamente aiuteranno a contenere i comportamenti irrazionali.

L’importante è capire dove sono le insidie e cercare di aggirarle.

Ermanno Bon