Ripubblichiamo oggi un’intervista al Dott. Renato Pilutti, molto utile e attuale:

Il RESPONSABILE DEL SERVIZIO DI PREVENZIONE E PROTEZIONE deve essere considerata una risorsa e non un nemico da contrastare.
Questa riflessione è di un amico, oltre che persona di rilievo in ambito regionale e non solo.
Inizia ad essere questo il “rumore” di fondo, finalmente, che sto sentendo all’Interno delle aziende.

È una risorsa per l’azienda, perché sta dalla loro parte, ed è una risorsa per i lavoratori, perché sta dalla loro parte.
WIN WIN è il risultato finale, se il ruolo viene riconosciuto ed “utilizzato” nel modo opportuno. Questo cambio culturale all’estero è già avvenuto o sta avvenendo.
Autorevolezza, rispetto, riconoscimento di ruolo, sono le parole che ho percepito all’estero, nei diversi confronti che ho avuto con omologhi.
Sentiamo l’HSE, chiediamo all’HSE, se lo dice l’HSE, prima di prendere qualsiasi decisione. Questo è l’approccio culturale corretto, avendo compreso che è proprio il titolo attribuito che lo impone: RESPONSABILE DEL SERVIZIO DI PREVENZIONE E PROTEZIONE.

Il RSPP non è Pico della Mirandola, ma è colui che si deve porre le domande e cercare le risposte. Se non le ha lui, devono essere ricercate nei singoli specialisti e nelle singole competenze. Ricordiamo che NON HA risorse finanziarie e NON ha compiti operativi.
Il seguito del mio articolo, sono delle brevi interviste sul tema a figure di rilievo.
Ecco la prima, ad un profilo che ha operato ed opera con aziende molto importanti, che intendono essere un piccolo contributo per chi esercita questa professione.

Dott. Renato Pilutti, esperto in consulenza direzionale organizzazione e risorse umane, Teologo e filosofo, autore di diversi saggi di carattere socio-politico e filosofico, docente di discipline etico-antropologiche e organizzative per diverse società di rilevanza internazionale.
Come deve comportarsi un’organizzazione con il RSPP di fronte ad un evento drammatico?
Innanzitutto deve fare quasi “corpo unico” con questa importantissima figura, non solo in termini di solidarietà umana sotto il profilo psicologico e morale, che è -a parere mio- sottintesa, vista “l’esposizione” del ruolo di cui qui parliamo, ma nei fatti, supportandolo in ogni modo con le strutture interne ed eventuali consulenze specializzate, tecniche e legali. In seguito lo deve sostenere per ogni evenienza e passaggio operativo che si presenti e nel quale il RSPP sia coinvolto…

Quali errori ricorrenti si devono invece evitare?
Direi che bisogna evitare assolutamente di cercare capri espiatori, tra i quali potrebbe venire la tentazione di annoverare il RSPP. In questi frangenti occorre che tutte le energie e competenze (saperi) aziendali siano coese e coalizzate al fine di affrontare il problema generato dall’infortunio o dall’incidente, perché se così non fosse l’azienda correrebbe il rischio di esporsi ulteriormente verso terzi e verso gli istituti pubblici preposti, ma anche di esser meno efficace nelle azioni di risposta, correzione dei comportamenti e bonifica della parte impiantistica. Immediatamente dopo bisogna evitare di mettere sotto accusa ciò che si è fatto, ad esempio la formazione e la strutturazione del servizio di prevenzione e protezione, come fossero due elementi di debolezza intrinseci, per dedicare invece tutte le energie e risorse aziendali alla ricerca del miglioramento delle politiche e delle prassi in tema.

Quali suggerimenti vorrebbe dare al RSPP per non soffrire di questo isolamento percepito?
Di “stare calmo”, se riesce, cercando di razionalizzare l’evento, perché, se lui/ lei ha la coscienza tranquilla sotto il profilo etico, deontologico e professionale, ciò che è accaduto deriva, o da eventi oggettivi che sfuggono alla responsabilità diretta, tecnica e operativa del ruolo, ovvero sono generati da incuria, disattenzione e superficialità altrui, degli operatori, ad esempio. E, se si sente ancora turbato, specialmente nel caso di un infortunio non banale, di chiedere aiuto e supporto alla direzione aziendale e alla cerchia amicale, perché no?

Come si può bilanciare il fato, con leggi che impongono una capacità previsionale all’RSPP al pari di Merlino, senza che questi sia marchiato da etichetta negativa in azienda?
Non so se si può parlare di fato, destino o caso… forse anche sì, perché noi esseri umani abbiamo bisogno di dare un “nome e un cognome” a ciò che sfugge al nostro controllo oppure a ciò di cui non comprendiamo i nessi di causa/ effetto: la nostra mente è fatta così, da sempre, tant’è che anche i nostri antenati (gli Egizi, i Greci, i Romani etc.) avevano bisogno di spiegare le cose con i nomi che abbiamo citato sopra.
In tutte le vicende esistenziali, e quindi a in quelle concernenti il lavoro, dobbiamo solo procurare di essere tranquilli con la nostra coscienza di avere fatto il meglio, sia sotto il profilo conoscitivo, sia dell’impegno costante e dell’attenzione partecipata a ciò che ricade sotto le nostre mansioni. Altro non possiamo fare, se non, per chi crede, pregare Dio che ce la mandi sempre buona.

Grazie Dott. Pilutti
Alla prossima puntata
Ermanno Bon