Navigando, alla ricerca di alcune fonti di letteratura, ci siamo imbattuti su questo articolo che ha suscitato il nostro interesse e condividiamo.

NON ESISTE LEADERSHIP SENZA UMILTA’

Nei gruppi sociali è raro trovare un vero leader che pecchi in umiltà. In famiglia, tra amici, nella squadra di calcio, nel gruppo di lavoro il vero leader (che non sarà necessariamente il capo o il capitano di una squadra) si distinguerà, tra le altre cose, anche per il suo essere umile al momento giusto.

Il leader riesce a conquistare la fiducia di chi gli è accanto, sarà sicuramente seguito da amici, parenti, compagni di squadra e collaboratori, se riuscirà a “viaggiare” sullo stesso piano, sulla stessa lunghezza d’onda dei propri “follower”.

Per farlo dovrà continuamente ascoltare i membri del gruppo, le loro istanze o le loro proposte e soprattutto dovrà continuamente mettersi in discussione. In questo modo oltre a fare da guida sarà in grado di cementare l’amalgama di cui un gruppo di successo ha bisogno.

Facile immaginare, in una squadra di calcio, le conseguenze che possa avere sui compagni un capitano (ma anche un allenatore) tiranno che sottolinea errori dei singoli con urla e gesti “plateali”, rispetto a un capitano che applaude incoraggiando i suoi anche dopo errori disastrosi, che riesce a dispensare consigli con un braccio sulla spalla del proprio compagno di squadra. Sarà scontato immaginare quale sia lo stile di leadership più efficace.

Ci sono casi in cui il rubinetto dell’umiltà dovrebbe aprirsi al massimo!

Sono quei casi in cui “burocraticamente” si diventa capi e si pecca in competenze.

No, non si tratta di ingiustizia organizzativa!

Immaginiamo un ingegnere neo laureato, che, alla prima esperienza, viene assunto come capo reparto in una fabbrica di automobili.

E’ scontato che, non essendo mai entrato in una fabbrica, non conosca i lavoratori, le loro abitudini e non conosca tecnicamente il tipo di produzione nel reparto che dovrà guidare.

In questo caso possiamo avere due tipi di capo:

– Il capo autoritario (leggi anche autorità e autorevolezza) che guida il gruppo guardando a tempi e numeri per “portare a casa” gli obiettivi assegnati, pronto a riprendere e sanzionare i lavoratori che commettono errori;

– Il “capo leader” che cerca innanzitutto di apprendere dai lavoratori il tipo di lavoro che si effettua in quel reparto, che sta al fianco dei lavoratori per osservare da vicino tecniche da migliorare e problemi da risolvere per ottimizzare l’organizzazione del lavoro, che li ascolti!
Parliamo di un capo che, in questo caso, “sa di non sapere” e che con la giusta dose di umiltà riesce a “conquistare” il reparto non in quanto capo, ma perché riesce a conquistare il gruppo a livello emotivo.

Naturalmente la leadership efficace non è fine a sè stessa, non è utile solo al capo per ottenere risultati e compiacersi; fondamentale è pensare quanto possa servire direttamente al gruppo, all’azienda, alla squadra!

Ad esempio, i risultati che potrà ottenere il capo autoritario potranno essere immediati, ma dureranno nel tempo quando il gruppo inizierà a non seguirlo più?

Che risultati potrà dare un gruppo demotivato che teme o addirittura disprezza il proprio capo?

Diverso il discorso per un gruppo guidato da un vero leader.

La squadra darà il massimo perché ad ogni membro del gruppo è stata riconosciuta la propria importanza, sentono la fiducia del capo e non “temono” i suoi giudizi.

In definitiva il vero leader, con una buona dose di umiltà, riesce a guidare il gruppo puntando al cuore e alle emozioni dei propri membri.

Preso dal blog di Stefano Carlucci